venerdì, 29 settembre 2006


Yo La Tengo - I Am Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass (Matador/Self)  - indierock - ****

 

Un nome che è tutto un programma, “Non ho paura di te e ti romperò il culo”, questa la traduzione del titolo dell’ultimo album dei Yo La Tengo. Una delle band più interessanti della scena indierock statunitense, da diversi anni in circolazione, riconosciuti per le particolari e in più occasioni dimostrate qualità (come non ricordare I Can Hear The Hearts Beating As One). In quest’ultima prova è presente una tale longevità, forza, energia, senso creativo da fare invidia a svariate bands di giovani ventenni. Con quindici tracce per più di un‘ora di ascolto, ritorno in grande stile per la band del New Jersey. Sicuramente uno dei migliori album in una ricca discografia quello di Ira Kaplan e soci, allegro e ben costruito, vario e ambizioso. Rock and roll, pop, funk, soul, garage, wave, lounge, un viaggio in bilico tra il suono lontano dei ‘60 e ‘70 (nel brano Ronnie addirittura il rock sfrenato degli anni cinquanta) ed il moderno, un vortice di generi e stili, abilmente suonati e arrangiati. Su questa giostra di luci e colori è una gioia salire, il rischio come potrete intuire è arrivare da sobri per poi ritrovarsi completamente ubriachi. Siete pronti a questa possibilità? Altro giro, altro ascolto, gettonarsi.

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martedì, 26 settembre 2006


Oneida - Happy New Year (Jagjaguwar/Self)  - indiepsichrock - ***1/2

 

In una carriera così lunga, circa nove anni, è normale, o meglio dire naturale, che il suono di una band, in questo caso gli Oneida (from Brooklyn, New York), possa mutare. Sì, ma in quale modo? Non certo rincorrendo le mode last second, presenti inevitabilmente anche nell’ambiente indie. Gli Oneida continuano soli per la propria strada, non accettano compromessi. Alla ricerca di nuove emozioni ed espressioni visionarie, senza abbandonare, e di questo ne siamo ben felici, il tratto distintivo originario: lo squilibrio e la pazzia. Kid Millions, Hanoi Jane e Bobby Matador, giungono così al loro ottavo album, Happy New Year, decidono di accogliere in maniera definitiva un nuovo elemento, il chitarrista Phil Manley (già Trans Am). In questo disco le grandi ondate psichedeliche incontrano e spesso si mescolano con flussi diversi e a tratti irriverenti di genere folk, kraut-rock e nu-funk. Le tastiere acide in richiamo vintage, le psicoagitazioni vocali, le cavalcate sonore, elettrico contro elettronico, distorsione come alta forma di espressione e (persino) l’alternative-disco. Meno melodico rispetto al precedente The Wedding, originale e ben costruito, questo disco vi porterà inevitabilmente ad amare questa band.

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